Il counseling

Abbiamo, in precedenza, parlato del Sistema Energetico Primario, di quello Secondario di Difesa e dei Blocchi Energetici. La nostra panoramica è stata, naturalmente, un fatto generale poiché ciascuno di noi è inquadrabile nello schema descritto in quella sede. Ciascuno di noi, cioè, rientra in quello schema.
Ma, evidentemente, il rapporto tra guaritore ed ammalato è qualche cosa di speciale, anzi di unico, poiché la coppia dei protagonisti è unica. Ciò significa che il guaritore deve acquisire tutte le conoscenze possibili ed immaginabili sulle problematiche del sofferente. Ciò avviene secondo una serie di passi comportamentali e verbali che il terapeuta deve fare e che costituiscono, nel loro insieme, ciò che viene definito counseling.
E' fondamentale che il curante attui con metodo, attenzione, precisione e con amore il suo compito.


I doveri del terapeuta

Parlare di doveri per una persona che si è posto lo scopo di aiutare i sofferenti può sembrare pesante ma se non si accetta quasta regola iniziale è meglio passare ad altro.
I primi doveri del terapeuta sono la serenità e l'equilibrio interiore. Questa condizione, che a rigore di logica, è imprescindibile, sicuramente si basa su una sorta di naturalezza del modo di Essere di chi si pone lo scopo di curare. In altri termini, è sicuramente vero che alcuni saranno, già in partenza, più equilibrati e sereni di altri per fattori di natura caratteriale, per le proprie storie personali, ecc. ma è altrettanto vero che sul proprio equilibrio interiore e sulla propria serenità si può lavorare bene e anche con notevoli risultati. Vediamo come.


L'ascolto interiore

Se non siamo capaci nemmeno di sentire ciò che viene da noi stessi, come possiamo ascoltare gli altri?
Oggi come oggi il formidabile, incessante, annullante affllusso di stimoli ai nostri sensi ci ha del tutto tolto la capacità di ascoltare ciò che viene da noi stessi. E' d'obbligo, assolutamente d'obbligo, riprendere ciò che ci è stato tolto.
Quando si parla di ascolto interiore viene naturale pensare che ciò debba avvenire lontano dal bombardamento continuo di afferenze (stimoli) al nostro sistema di ricezione (i sensi). In altri termini ascoltarsi "dentro" significa, in primo luogo, ricercare il silenzio. Bisogna ammettere che questo, almeno nelle fasi iniziali del nostro cammino, non è cosa semplice, però va sottolineato che difficilmente rinunciabile per i nostri scopi. Ottenuto il silenzio esterno, recandosi, ad esempio, in un ambiente di campagna, lontano dalla città o in punti operativi che fanno della meditazione il fulcro della loro attività, è necessario che si raggiunga, obbiettivo sensibilmente più difficile, il silenzio interiore. Non è mica facile! La maggior parte di noi ha frequenze pazzesche di respirazione e di pulsazione cardiaca, che si mantengono, per lo più, oltre i 25 e gli 80, rispettivamente, per minuto di media. Ciò dice chiaramente che ciascuno di noi ha dentro ben altro che il silenzio! Tensioni, preoccupazioni, frustrazioni formano un caos di rumori che ci sbatacchia come in un mare in tempesta. Ma, giunti alla determinazione di ascoltare, finalmente, ciò che il nostro Io Interiore, con la sua debolissima voce, vuole dirci, è necessario farsi forza e cercare di ridurre, il più possibile, i disagi interni che i nostri problemi quotidiani ci procurano. Il silenzio fisico, ovvero la riduzione del rumore ambientale, diverrà, almeno all'inizio, il medicamento irrinunciabile per il nostro Spirito. Nel silenzio, quindi, la nostra mente potrà trovare: disponibilità, pazienza, fiducia, resistenza agli insuccessi e forza nel procedere al superamento delle difficoltà, voglia di imparare, calma, tranquillità, coraggio ed infine capacità di ascoltare gli altri.
Si ricordi un antico detto sufico: "se la tua parola non è più bella del silenzio, non dirla", e ancora, in Oriente si dice, mettendo in evidenza l'enorme potere del silenzio nel calmare e svuotare la mente dalle inutilità: "un vaso già pieno non può accogliere niente di nuovo".


Ancora sui doveri del terapeuta

Il terapeuta, abbiamo detto, deve ricercare l'equilibrio interiore. Che ciò sia un obbligo lo si deve al fatto che se tale equilibrio (e la serenità) non c'è, si possono produrre due tipi di danno, ambedue gravi:

a- verso il paziente che può divenire il punto di scarico delle tensioni interne dello Spirito del curante (blocchi psicologici ed energetici, ad esempio: i pregiudizi); in
tal caso il paziente può vedere peggiorare i propri mali;
b- verso il curante stesso, il quale deve fare, tra l'altro, alla fine del tentativo
terapeutico, i conti con il fallimento della propria esperienza di guaritore e con i sensi di colpa per l'eventuale peggioramento del paziente.
Quindi è d'obbligo che il terapeuta sia il più sereno, il più equilibrato possibile e, cosa che non guasta, anzi è di maggiore aiuto, anche in armonia dal punto di vista strettamente fisiologico. Un'eccessiva stanchezza, infatti, renderebbe difficile e parzialmente inutile il lavoro. E' opportuno, a tal proposito, ricordare che è sempre augurabile una buona condizione fisica ottenuta con esercizio ginnico costante. E costante deve essere anche il lavoro che il terapeuta fa, giorno per giorno e con attenzione, sulle proprie problematiche interiori. Ciò, infatti, lo rende più forte perché il suo lavorìo nel risolvere le personali problematiche spirituali (blocchi psicologici ed energetici) rende disponibile una maggior quantità di energia per il suo SEP e più sicuro per il paziente che corre meno rischi nel subire eventi negativi dal terapeuta.

L'equilibrio e la serenità per il terapeuta ne garantiscono l'obbiettività di giudizio nelle varie situazioni che lo vedono al lavoro con il sofferente. Essa è importante poiché se la si consegue, anche in presenza di problematiche interiori irrisolte, ci si può sedere di fronte al paziente. Questa stessa obbiettività, infatti, è necessaria per riconoscere eventuali limiti nelle proprie capacità di aiutare l'altro. Se il terapeuta ritrova nell'ammalato patologie nelle quali sono riconoscibili elementi personali di sofferenza, è proprio essa che fa comprendere la necessità di sottoporre ad altri la persona che sta esaminando.
Tutto questo consentirà al guaritore di rispondere alla domanda: "aiutami", con le parole: "di tutto cuore, se posso". Questa posizione consentirà il tranquillo invio ad altro terapeuta, se necessario, rendendo, in tal modo, il disagio il più piccolo possibile per il malato. In altre parole: amorevole fermezza e sincerità nel dire all'altro: "non posso aiutarti ma c'è sicuramente qualcuno che può farlo e se vuoi posso dirti chi".
Appare chiaro, a questo punto, come sia possibile che, in base a capacità e storie del tutto personali, specializzarsi nel trattamento di alcuni temi di sofferenza piuttosto che non in altri, del tutto analogamente a quanto succede nella Medicina classica laddove è ben nota la figura dello specialista (urologo, radiologo, cardiologo, ecc.).
Un'importante aspetto del lavoro del terapeuta è ben chiaro nelle considerazioni fatte finora: l'attenzione costante per la persona che ci è di fronte e che e venuta per farsi aiutare. Questo è un ulteriore dovere del curante. Dell'ascolto in particolare parleremo più in là., ma val la pena di dire che guardare il malato, prender nota del suo modo di muoversi, ascoltare ciò che dice, percepire le sue emanazioni energetiche è una serie di cose che, se ben fatte, caratterizzano un esperto operatore olistico. Nel porsi comodamente di fronte e guardando con apertura e chiarezza la persona egli darà la sua attenzione al paziente e nel contempo potrà trarre e percepire una prima impressione energetica del paziente. Poi chiedere: "cosa ti ha portato da me? in cosa desideri che io ti aiuti?". Ciò lo conduce a due risultati positivi:

a- contribuisce a curare elementarmente il paziente già dalle prime battute del contatto;
b- consente al terapeuta di capire, il più rapidamente possibile se può affrontare il compito che il paziente è venuto a dargli. In altre parole, come detto innanzi, dobbiamo capire se le problematiche del paziente ci appartengono. Se infatti, dovessimo constatare che le sue sono anche le nostre, bisognerebbe far atto di rinuncia e non andare oltre. Un inquadramento veloce della fattibilità o meno del ciclo terapeutico serve per evitare che il paziente, col trascorrere del tempo, ritenga, erroneamente, di aver trovato chi lo guarirà. Egli apprenderà con
dispiacere il fallimento del tentativo e saperlo precocemente gli ridurrà il
disagio, inevitabile, al minimo possibile (come già detto innanzi).

Altro dovere del terapeuta nel trattare chi soffre è affontare il proprio lavoro con umiltà. Una moderata sicurezza e consapevolezza dei propri mezzi e della possibilità di aiutare il malato possono essere elementi positivi in sede di terapia. Ma se queste divengono superbia e arroganza possono essere estremamente negative:

a- per il terapeuta, poiché nel celebrare se stesso e la propria vanità può perdere di vista la sofferenza del malato e fallire nel suo compito;
b- per il paziente, il quale non riceve l'apporto terapeutico necessario e può, anzi, perdere la speranza di guarire. Così come succede quando un ammalato va da un luminare della Medicina e questi, per un eccesso di sicurezza e per presunzione, sbaglia la diagnosi. Il povero ammalato, nel vedere che un medico, che egli sa per essere un grande, non riesce a curarlo, dispera che altri possa essere in grado di dargli aiuto. Egli, in seguito, si lascerà andare, peggiorando in tal modo i suoi mali.
Un importante elemento che ci aiuta a restare sereni in umiltà, ma senza servilismo né condiscendenza, è pensare che chi ci proponiamo di aiutare resta sempre, nonostante tutti i suoi oggettivabili difetti, un nostro pari. Ecco che all'umiltà si affianca, come la logica dei sentimenti vuole, la nostra scelta consapevole e, altro importantissimo dovere, l'accettazione dell'Altro.


Il contatto con il paziente

Nell'esaminare le tematiche di un paziente che viene alla nostra osservazione, avendone percepito i primi aspetti, il terapeuta deve chiedersi se il malanno denunciato è funzionale alle esigenze psicologiche del paziente o meno. In altri termini può succedere che una certa patologia sia mantenuta in piedi dallo stesso paziente, che a questo viene spinto dalle proprie esigenze interiori. Ecco che il curante deve superare aspetti che potrebbero nascondergli il nucleo centrale, quello più veritiero, del malanno che affligge il paziente. Intuire ciò è assolutamente necessario, poiché se il terapeuta percepisce che dietro una apparente richiesta di guarigione, si nasconde il desiderio di "restare ammalato", il terapeuta, con amicizia, ma anche con fermezza, spiegherà che non è possibile curare la malattia denunciata in quanto il paziente opera la precisa, anche se spesso inconsapevole , scelta di non guarire. E oggi si sa cosa possa la volontà di guarire o meno.


I tipi di ascolto

L'azione di counseling inizia, come già si è visto prima, con la valutazione dei molti aspetti del rapporto guaritore-malato. E' evidente, riflettendo su quanto detto, che è irrinunziabile la capacità di ascoltare.
Possiamo dire la necessità di ascoltare il paziente. Similmente al classico operare del medico tipo, è necessario raccogliere quanti più dati possibili sul malato. Cioè occorre raccogliere un'anamnesi ed associare ad essa uno studio osservazionale (che è parte dell'esame clinico) del paziente, elemento importantissimo per la comprensione e la valutazione dei cosiddetti metamessaggi (i messaggi veri, quelli oltre -meta- il significato apparente). E' utile sottolineare che 'ascoltare' non è un puro fatto uditivo ma piuttosto, concetto ben più ampio, recepire completamente il messaggio e attivare, coscientemente e non, il complesso di reazioni, e anche di non reazioni, che vengono dalle parole e dal corpo e che compongono il cosidetto feedback (termine inglese che significa letteralmente: retroazione).
Si possono schematizzare le modalità d'ascolto in sei tipi:

1. ascolto passivo:
- E' il modo di ascoltare di chi rimane immobile a guardare fissamente il proprio interlocutore, senza movimento alcuno della figura. Chi parla non ha dubbi sul fatto di essere ascoltato, poiché la fissità dello sguardo di chi gli sta di fronte lo rende certo di ciò, ma vive un senso di disagio profondoper l'assenza del feedback. Non esiste modo più distruttivo di ascoltare una persona. Se si vuole raggiungere
lo scopo di far smettere all'altro di esprimersi basta essere completamente passivi nell'ascolto. Evidentemente siamo agli antipodi di ciò che vogliamo raggiungere. Chi parla si interrompe dopo pochissimo, vinto dal disagio e dall'irritazione. E' talmente negativo quest'atteggiamento che chi ascolta farebbe meno danno se si
allontanasse. Ci sono casi, però, in cui quest'effetto, così negativo, non si ha. E' il caso in cui le persone non siano , in un certo contesto, di pari grado: datore di lavoro e dipendente, militare e subalterno, ecc. In questo caso la posizione di fissità di chi ascolta non è distruttiva, anzi fa parte del gioco gerarchico (il sottoposto, il subalterno deve ascoltare il suo superiore senza mostrare reazioni).

2. ascolto debole:
- Chi ascolta da l'impressione chiara di aver udito, tramite risposte che testimoniano che il messaggio è stato raccolto ed interpretato, ma il suo feedback è negativo poiché da ciò che dice viene fuori il sostanziale disinteresse per ciò che l'altro esprime. Anche in questo caso ci sono delle eccezioni. Se chi ascolta è
fortemente impegnato dal punto di vista psico-fisico, è possibile che egli non sia in grado di rispondere compiutamente. Egli fa capire che vorrebbe dare una risposta esauriente ma che oggettivamente le condizioni non glielo permettono; è opportuno, in tali momenti, e anche giusto, accettare che chi ascolta chieda di rimandare a momento più adatto.

3. ascolto aggressivo:
- Anche questo modo di ascoltare è deleterio per chi si propone parlando; esso tende a comunicare con aggressività verbale, apparentemente assente, ma per contro chiaramente percepibile, appunto, all'altro la necessità che l'impegno di
ascoltare che viene proposto sia il più possibile ridotto e che , in buona sostanza, non si ha interesse a ciò che l'altro dice. Una variante dell'ascolto aggressivo è l' 'ascolto puntualizzante' nel quale chi ascolta frammenta il discorso dell'altro con
continue ed inutili precisazioni. Apparentemente sembra che il discorso sia ben seguito poiché appare chiaro che l'altro ha riferimenti precisi, ma si ha comunque la sensazione che ciò che si voleva veramente dire non è stato recepito dalla controparte.Alla fine chi espone non si è sentito per niente 'accolto' dall'altro.

4. ascolto semiattivo:
- In questo caso chi ascolta, con atteggiamenti moderati come esclamazioni, piccole frasi, fa capire che è attento a cio che recepisce e che questa attenzione è comunque accompagnata ad interesse. In caso di conferenze, per esempio, è l'unico possibile (cenni del capo a ciò che dice il relatore).

5. ascolto attivo:
- In questo tipo di situazionechi ascolta manifesta ben vivo il suo interesse e chiede precisazioni, puntualizza e talore cerca di porre ordine in ciò che gli vien detto. Nel far ciò non bisogna eccedere, però, perché chi si esprime potrebbe mortificarsi ed infastidirsi nel sentirsi sminuito.

6. ascolto empatico:
- E' l'ascolto terapeutico per eccellenza, quel modo di ascoltare che deve essere di riferimento per chi si pone l'obbiettivo di aiutare veramente una persona che soffre. In questo tipo di situazione chi ascolta penetra nel problema che gli viene esposto, avverte ed è compartecipe della sofferenza dell'altro, al quale manifesta amicizia e solidarietà. Questi elementi costituiscono il feedback più positivo che ci sia
poiché testimonia ospitalità spirituale e condivisione dei sentimenti e delle
emozioni.

Un modo di ascoltare che consideriamo a parte è l'ascolto tecnico. Il metterlo da parte è spiegabile se si pensa che la fonte espressiva non ci ha come interlocutori ma è genericamente rivolta a una o più persone con le quali, pur volendo, non potrebbe essere in contatto empatico. Il caso più classico è quello di uno speaker radiofonico che, appare chiaro, non può certo vedere chi lo ascolta. In questo ascolto il 'ricevente' attiva comunque tutti gli elementi propri del buon ascoltatore (attenzione, intuizione, ecc.) ma non può stabilire, ovviamente, un contatto empatico. L'ascolto tecnico diventa particolarmente utile quando ci si vuole esercitare nel visualizzare ciò che si ascolta. Immaginare, come se li si vedesse, le cose, le persone, gli scenari, contribuisce a sviluppare le proprie capacità di immaginazione, fattore non trascurabile se si pensa all'utilità che questa può avere in altra importante sede (meditazione).

 

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